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  • Simona Platè

Liù nel Mondo degli smarriti

Una fiaba onirica e delicata 2°classificata al concorso "Un paese da fiaba", Padenghe del Garda.

"Avvolti dalla delicata immaginazione del Mondo degli smarriti e dalla soffice fantasia della bianca nuvola, accompagniamo Liù nel viaggio verso l’interno del suo giovane cuore per liberarlo dalle ragnatele dei ricordi tristi e aprirlo alla gioia della vita."..."nel Mondo degli smarriti, il mondo parallelo di coloro “che si sono fatti male, ma non se lo ricordano” (cit. dalla motivazione della giuria).


Oltre l’ultimo strato di cielo, oltre l’ultimo raggio di sole, oltre l’ultima stella e ancora più in là, c’è un luogo nascosto agli occhi del mondo.

È un luogo di nuvole bianche, di nastri dorati, campi fioriti e castelli invisibili. Ci sono, ma non si svelano a tutti.

A ogni nuvola è legato un nastro e ogni nastro è annodato a un uomo, una donna o un bambino.

Le nuvole e i nastri li sostengono e li sospingono, sorvolando i fiori e i campi, mentre il vento canta in silenzio.


Liù sbadiglia, stropiccia gli occhi, si sveglia.

Intorno a lei, nuvole candide ondeggiano al vento, come panni stesi al sole.

“…dove sono?”, si chiede.


Alcune nuvole le passano accanto. Sospingono bambini che danzano nel blu e nel bianco, legati ai loro nastri dorati.

Ogni tanto si abbassano e raccolgono un fiore.


“Sto sognando?”, si domanda Liù.

Chiude gli occhi, poi li riapre.

Si tocca la faccia, le spalle, il petto, la vita e, proprio lì, sente il fiocco del nastro dorato.

Segue il nastro con lo sguardo e appena sopra di lei, all’altro capo del nastro, scopre una nuvola.

Sembra una meringa.

“Ciao Liù!”, la nuvola la saluta. La sua voce è bianca.

“Ciao nuvola!”, risponde Liù, “Questo è un sogno?”

“No!”

“Come no?”

“No, non lo è!”

“Che strano!”, pensa Liù, “Non è un sogno. Sto parlando con una nuvola. Sono legata a lei. Dovrei soffrire di vertigini. Dovrei spaventarmi. Invece mi sento tranquilla. Si sta bene qui. Come…sotto un raggio di sole, come...in una tazza di latte caldo.”


“Ma se non è un sogno che cos’è? Dove sono?”, chiede Liù.

“Sei nel Mondo degli Smarriti!”, risponde la nuvola.

Poi, notando lo sguardo perplesso della bambina, aggiunge: “Qui arrivano le persone che perdono la strada.”


Liù è confusa.

“Ma io non ho perso nessuna strada! Ricordo che stavo tornando da scuola, con lo zaino e le mie scarpe nuove.”

Istintivamente abbassa lo sguardo e le vede. Le sue scarpe nuove sono proprio dove devono essere, ai suoi piedi. Le indica alla nuvola.

“Queste scarpe me le ha regalate la mamma proprio questa mattina e io le ho indossate per andare a scuola. Conosco bene la strada da casa a scuola: due curve a sinistra e una a destra, poi al contrario. Non posso averla persa!”

La nuvola scoppia a ridere.

“Sì, hai ragione! Non mi sono spiegata bene. Dunque, qui arrivano le persone che si fanno male.”


Liù proprio non capisce.

“Ma io non mi sono fatta male! Non ho lividi sul braccio o un ginocchio sbucciato e neanche un dente cariato!”

La nuvola ride ancora.

“Scusa! Cercherò di essere più chiara. Qui finiscono tutti quelli che si sono fatti male, ma non se lo ricordano. Hanno ferite che non si vedono con gli occhi e si sono smarriti. A volte capita. Hanno perso la strada del loro castello! Quando arrivano in questo mondo, noi, le nuvole bianche, li accogliamo, li sosteniamo, li proteggiamo. Se qualcuno lo desidera veramente, lo accompagniamo al suo castello.”


Liù è sempre più confusa.

“Un castello? Ma io non ho un castello!”

Questa volta anche la nuvola è perplessa.

“Certo che ce l’hai! Tutti ce l’hanno!”

“Dove? Dov’è il mio castello?”, domanda Liù. L’idea di avere un castello non le dispiace affatto.

La nuvola si abbassa, si avvicina al viso della bambina e la guarda negli occhi.

“Nel luogo più profondo del cuore”, le sussurra.

Liù stropiccia il naso.

“Come sei buffa. Parli in un modo strano. Non ho capito molto.”

“È vero, noi nuvole, a volte, parliamo in un modo strano. La nostra è la lingua del cielo!”, dice dolcemente la nuvola.


Liù rimane un po’ in silenzio.

Chiude ancora gli occhi e poi li riapre, sperando di ritrovarsi nella sua cameretta, ma non è così.

Intorno a lei, sopra di lei, ci sono sempre le nuvole. Sotto, c’è la distesa di campi fioriti.


“Mettiamo anche che sia come dici tu. Però, io devo tornare a casa!”

“Perché devi tornare a casa?”, chiede la nuvola curiosa.

“Devo dare da mangiare al mio gatto!”

“Mi sembra giusto! E tu puoi tornare a casa quando vuoi. Te l’ho chiesto solo perché molti di quelli che arrivano qui vogliono restarci.”


Liù osserva le nuvole bianche e i loro passeggeri. Sembrano stare bene e anche lei si sente bene.

“È un buon posto per restare!”, pensa. Poi si ricorda di Bigio, il suo gatto.

“Cosa devo fare per tornare a casa?”

“Sei sicura di volerlo? Devi essere molto sicura. Alcuni ci hanno provato e non tutti ce l’hanno fatta. Devo avvertirti che non sarà facile.”

La voce della nuvola è mutata, non è più bianca, si è fatta ombrosa.

“Non sarà per niente facile!”, conclude.


Liù non ha percepito la preoccupazione della nuvola, sta solo pensando al suo gatto.

“Voglio tornare a casa!”, afferma decisa.

“Cosa devo fare?”

“E va bene! Se proprio lo vuoi, chiudi gli occhi. Se il tuo desiderio è vero sarà lui a indicarci il luogo dove si trova il tuo castello”, risponde la nuvola.

Liù chiude gli occhi.

Rimane in silenzio, si concentra su Bigio e dopo un po’ le sembra di essere spinta dal vento. La nuvola si è mossa.


Altre nuvole le passano di fianco e con loro qualche uomo, donna o bambino. Ogni tanto ridono, felici.

“È bello questo sogno!”, pensa Liù.


Apre gli occhi, ma solo un pochino.

Le nuvole soffici non hanno il colore e l’odore della pioggia.

I fiori nei prati hanno sfumature strabilianti.

L’erba è un’onda che si alza, si abbassa e diffonde una musica verde.

La nuvola scivola nel blu.


Il tempo passa sulla Terra, ma nel Mondo degli Smarriti non esiste.

Quanti fiori avrà contato Liù? Quante nuvole avrà incontrato? A quanti bambini avrà sorriso, prima di trovare il suo castello?

Il cielo continua a scorrere e con lui, la nuvola e Liù.


Bruscamente, la nuvola si ferma.

“Eccolo! Devi proprio voler bene al tuo gatto, altrimenti non avremmo trovato così presto il tuo castello.”

“Il mio castello?”, chiede Liù.

“Sì, il tuo castello! Trovarlo è solo l’inizio. Bisogna anche attraversarlo! Dovrai aprire le porte, entrare nelle stanze e guardarti negli specchi. Sei pronta?”

“Pronta per cosa? Io non vedo nessun castello!”, esclama un po’ seccata la bambina.

“Oh! Giusto! Come sono sbadata!”, dice la nuvola, poi inizia a soffiare. Prima piano e poi forte.

Il cielo, davanti a loro, si spalanca lentamente, come una tenda o un sipario, e un imponente castello compare.

“Oooh!”

Liù lo ammira, sembra proprio quello di una fiaba. È arancione. Ha nove alte torri, nove come i suoi anni, e sulla cima si chiudono con un cappuccio rosso. Le mura girano in cerchio abbracciando le torri.

“Il mio castello assomiglia a una torta di compleanno!”, esclama divertita.

“Allora? Vuoi entrare?”, domanda la nuvola.

Liù annuisce e la nuvola la sospinge davanti al portone del castello.

È di legno nuovo, profuma ancora di bosco.

La bambina appoggia le mani al portone, spinge e lo apre.


“Che bella stanza del cuore!”, esclama la nuvola.

La bambina è dubbiosa, nella stanza ci sono solo pareti gialle e uno specchio, alto come lei, con la cornice di pietre preziose. La stanza è calda come un panino appena uscito dal forno.


La nuvola tira il nastro dorato fino a che Liù non si trova davanti allo specchio.

“Oh! Guarda!”, grida Liù, “Quella è la ciotola di Bigio! E quella e la sua pallina preferita! Ci sono anche i suoi croccantini! Bigiooooo! Bigioooo! Dove sei?”

“Non è qui!”, spiega la nuvola, “Questa non è proprio la realtà, è la prima stanza del tuo cuore, la più grande. Racchiude l’amore che hai per Bigio. Devi proprio amarlo molto!”

Liù, attraverso lo specchio, osserva con tenerezza la pallina di Bigio. Non vede l’ora di tornare a casa.

“Andiamo ad aprire la prossima porta!”, afferma.


Abbassa la maniglia, apre la nuova porta e un aroma di rose le solletica il naso.

“Questa deve essere la stanza della mamma! Lei profuma di rosa. Ama molto le rose!”, spiega alla nuvola.

Si posiziona davanti al grande specchio con la cornice dorata, al centro della stanza, e osserva.

Le appare un letto disordinato, sopra c’è la borsa della mamma. È piena zeppa di cose che si riversano sul letto.


“La borsa della mamma è magica! È senza fondo! Dentro c’è il mondo intero! È una scatola di cioccolatini da scartare o un sacchetto di caramelle da assaggiare. È sempre una sorpresa!”

La nuvola sorride, si strofina sul capo della bambina, la accarezza.

“Andiamo avanti…”, sussurra.


Non appena mette piede nella terza stanza, Liù sente che il pavimento è bagnato e le scarpe si stanno riempiendo di acqua.

La stanza prende vita improvvisamente. Un lago compare e occupa tutto il pavimento, una tavola liscia, lucente, come un grande specchio.

“Il lago! Guarda nuvola! Il mio lago!”

Gli occhi di Liù si spalancano per riempirsi di acqua e di riflessi.

“Sai, nuvola, io abito in una casa sulla spiaggia di un lago. Quando mi affaccio alle finestre, lo vedo. Quando apro la porta, lo vedo. Quando vado a scuola lui gioca con me a ogni angolo di strada. È bellissimo! Voglio vivere per sempre sulle rive del mio lago!”

“Ti credo!”, dice la nuvola, “È incantevole! Ce ne vorrebbe uno anche nel mio mondo.”


Lo specchio del lago riflette l’immagine di una casa sulla spiaggia, di un sentiero di pietre bianche, campi fioriti e uccelli che riempiono il cielo di canti.

“Guarda! Gli uccelli si appoggiano sul lago. Sono così delicati! Fanno due passi sull’acqua, senza graffiarla, e volano via. E poi cantano, cantano e cantano. Mi svegliano ogni mattina e mi accompagnano a scuola.”

Liù è felice di mostrare il suo lago alla nuvola.


Rimangono per un po’ ad ammirare il paesaggio.

Alcuni piccoli pesci danzano, sotto il velo sottile che divide il cielo dal lago.

Un’ala di vento increspa l’acqua e la stanza si riempie di bagliori che sembrano lucciole.


“Credo che per raggiungere la prossima porta dovrai nuotare! Io comunque ti terrò a galla così farai meno fatica”, dice la nuvola.

Bisogna andare avanti, questo lo sa bene, ma avrebbe voglia di restare ancora ad ammirare il lago di Liù.


La bambina e la nuvola incontrano altre porte, altre stanze e altri specchi. C’è la stanza degli amici più cari, quella delle feste di compleanno più divertenti, quella della maestra Lisa che è sempre gentile.

Ci sono anche delle stanze curiose. La stanza delle lacrime un po’ dolci e un po’ salate, la stanza dei sorrisi timidi, quella delle bugie piccole e quella delle risate grandi.


“Ma? Nuvola? Non capisco...perché mi sono smarrita?”

La nuvola sospira e risponde: “Non lo so ancora. Le prime porte, le prime stanze e i primi specchi sono spesso facili da attraversare. In un castello, però, ci sono anche le segrete, i trabocchetti, i passaggi nascosti. Se sei finita nel Mondo degli Smarriti vuol dire che prima o poi incontreremo un ostacolo.”


La nuvola si ferma un attimo poi riprende.

“Guarda quella porta davanti a noi. Fino a ora abbiamo incontrato porte grandi, curate e lucide. Quella, invece, è più piccola e il legno è rovinato. Credo che ti ci vorrà un po’ di coraggio per entrare e specchiarti.”

Liù sposta lo sguardo sulla porta.

“Hai ragione! Questa porta sembra molto vecchia, abbandonata e io mi sento un po’ strana.”

“Solo attraversandola potrai proseguire fino a casa”, le ricorda gentilmente la nuvola.


Liù aspetta ancora un attimo, poi apre uno spiraglio di porta e sbircia dentro la stanza.

Proprio vicino all’ingresso, c’è uno specchio ricoperto di ragnatele.

“Oh! Perché ci sono queste ragnatele? Saranno piene di ragni? Perché ho delle ragnatele nel cuore?”, chiede Liù, disorientata.

La nuvola si appoggia alla spalla della bambina.

“Credo che in questo specchio ci sia nascosto un ricordo, un po’ buio e un po’ lontano. Te la senti di continuare?”

“Non lo so”, risponde Liù. Si sente un po’ rimescolata, come quando le viene il mal di pancia.

La nuvola tira un po’ il nastro che le lega.

“Senti? Io sono qui con te. Guarda! Appoggiata al muro c’è una scopa, puoi usarla per togliere le ragnatele.”


Liù entra nella stanza, prende la scopa e inizia a togliere le ragnatele, dopo poco si ferma.

“Nuvola, mi sento un po’ triste.”

“Anche io, ma siamo insieme. Andiamo avanti.”

Liù riprende a togliere le ragnatele, poi si ferma di nuovo.

“Nuvola, queste ragnatele sono troppe e mi sento sempre più triste.”

“Se non te la senti possiamo tornare indietro, ma chi darà da mangiare a Bigio?”

“…Bigio...hai ragione. Devo andare a casa!”

Liù, sempre più a fatica, toglie le ragnatele per liberare lo specchio, a ogni ragnatela la sua tristezza aumenta.

Dopo un’ultima ragnatela, d’un tratto, lo specchio appare completamente e un’immagine si compone.

Prima una poltrona rossa, poi, sulla poltrona, un grembiule a fiori. Di fianco al grembiule un libro di fiabe.

Sul pavimento, davanti alla poltrona, un paio di pantofole e, al centro della stanza, un tavolo con sopra una tazza di budino di riso.

Liù raccoglie con le dita una lacrima dalla sua guancia.


“Nonna!”, esclama con un filo di voce, “Questa è la stanza della mia cara, cara nonna, nonnina…”

Altre lacrime le scappano dagli occhi.

“Sai, nuvola, un giorno mi ha dato un bacio e il giorno dopo non c’era più...io ero un piccolo biscottino. Mi chiamava così”, Liù prende fiato poi continua, “Non c’è più, da molto tempo. Mi manca tanto. Mi preparava sempre il budino di riso. Come quello che c’è sul tavolo.”

La nuvola osserva la bambina e perde una goccia di pioggia che cade sul pavimento.

“Non ho più mangiato un budino così buono come quello che mi preparava la nonna”, dice Liù. La sua voce è bagnata di pianto.


Non riesce a staccarsi dallo specchio.

Forse sta ascoltando la nonna che le racconta una fiaba.

Forse sta gustando il suo budino di riso.


“Pensavo che la nonna non ci fosse più neanche nel mio cuore. Invece è sempre qui”, dice Liù alzando lo sguardo.


La nuvola attende sospesa sopra la testa della bambina, trattenendo la pioggia che avrebbe tanta voglia di scendere, poi, quando Liù si asciuga le lacrime, riprende a muoversi.


“Nuvola, è per questo che mi sono smarrita? Perché la nonna non c’è più?”

La nuvola non risponde subito.

“Sì e no. Sicuramente questa stanza del cuore è una delle cause del tuo smarrimento, ma temo che non sia ancora finita. Purtroppo...”, la nuvola si ferma a cercare le parole giuste, “…credo che dietro la prossima porta si nasconda la vera ragione del tuo arrivo nel mio mondo.”

Guarda la bambina, cerca di rassicurarla con un sorriso, ma poi le indica la porta.


Anzi, non si tratta di una porta. É una nera e sporca botola che sta lì, dimenticata, in mezzo al pavimento. Fa venire solo voglia di calpestarla.

“Ma questa non è una porta! É una botola! Le botole vanno giù, giù sempre più giù!”

Liù indietreggia.

“Non voglio! Non voglio aprire quella botola! Non voglio scendere da nessuna parte!”, dice con voce spaventata, “Andiamo via! Torniamo indietro! Tra le altre nuvole e i campi fioriti!”

La nuvola si aspettava questa reazione e si strofina ancora una volta sulla testa di Liù.

“Purtroppo, sono proprio queste botole che non permettono alle persone di attraversare il proprio castello per tornare a casa”, la voce bianca della nuvola si fa più dolce, cade sulla testa di Liù come zucchero a velo.

“Il tuo Bigio ti aspetta! Ce la puoi fare!”


Liù sta tremando. Sente freddo ma suda, come se avesse la febbre. Non riesce a muoversi, si sforza, ma i muscoli non rispondono. Poi, avverte il nastro dorato che la stringe e la protegge.

Si china lentamente sul pavimento e appoggia una mano sulla maniglia della botola.

“È così fredda! Posso andare direttamente a casa?”, esclama, staccando la mano e alzando lo sguardo supplichevole verso la nuvola.

La nuvola vorrebbe dirle di sì, ma sa che non è possibile e scuote la testa.

“PERCHÈ NO? VOGLIO TORNARE A CASA!”, grida Liù.

Improvvisamente si sente arrabbiatissima.

La nuvola avvolge la sua testa e il suo viso per rassicurarla con il suo corpo soffice e bianco.

Così, Liù tira la maniglia e apre la botola.

Nell’aria si diffonde un velo di polvere e un lugubre cigolio.

Un freddo intenso soffia cattivo sul suo viso.


Liù affronta il buio, scende la scala e si ritrova in una stanza piccola e sporca, come una cantina.

Intorno a lei non c’è niente. Solo pavimento grigio, pareti grigie e ombre dense. C’è odore di muffa.

“È completamente vuota? Non c’è neanche lo specchio!”

“mmm…aspetta Liù. La stanza non si è ancora mostrata veramente.”

Anche la nuvola sente freddo, è preoccupata per quello che sta per accadere.


Inaspettatamente, qualcosa inizia.

Dal soffitto, piovono gocce di gelatina nera.

Plick! Plock!

Si appoggiano sulla testa di Liù, scivolano lungo le sue guance, seguono le sue braccia e poi giungono a terra.

Plick! Plock!

Sul pavimento, le gocce si ingrandiscono e si uniscono.

Liù cerca di muovere i piedi, ma non ci riesce. Sono incollati al pavimento dalla gelatina.

“…Nuvola?”, il cuore di Liù ha un sussulto.

Il pavimento è sempre più vischioso e dal soffitto continuano a cadere le gocce nere.

Ormai, la gelatina ha già raggiunto le ginocchia della bambina e continua a crescere.

“…Nuvola?”, chiede ancora Liù con un filo di voce supplichevole.

Il suo cuore inizia a sbattere all’impazzata contro le pareti del petto.


“Sono qui!”, risponde la nuvola, ma la sua voce è distante, attutita dai battiti del cuore di Liù.

“Nuvola…cosa succede? Cosa devo fare?”

“Non lo so Liù…vorrei saperlo, ma non lo so…”, ha paura. Paura per la bambina. Forse avrebbe dovuto farla tornare indietro.


Il liquido sale, sale, sale e ormai è arrivato fino alla pancia di Liù. Lei non riesce più a parlare, soffoca, poi si sforza e grida.

“NUVOLAAAA! COSA DEVO FARE, NUVOLAAA?”

La nuvola cerca di tirare il nastro, ma Liù non riesce a sentirlo in mezzo a tutto quel viscido liquido nero.


Il suo cuore è un uccello in gabbia. È confuso, incontrollato, rumoroso e assorda i pensieri.

La bambina si sforza, si concentra fino a quando una parola limpida si fa strada nella confusione.

Forbici.

“Ecco! Mi servirebbe un paio di forbici! Grande, come quello che usa la mamma per potare le rose”, pensa Liù.

E mentre il pensiero si formula, lei sente qualcosa di freddo nella sua mano destra. La guarda e vede. Nella sua mano è comparso un grosso paio di forbici.


Liù aggredisce la melma nera, apre e chiude velocemente le forbici e taglia quel liquido facendolo schizzare ovunque. Continua a tagliarlo e a tagliarlo, ma le gocce non smettono di scendere dal soffitto.

La nuvola osserva dall’alto, anche lei ormai è tutta nera. Si accorge che Liù è stanca, quel grosso paio di forbici è troppo pesante.

“LIÙ!”, grida la nuvola, “LE FORBICI NON VANNO BENE! DEVI PENSARE AD ALTRO, LIÙ!”

La bambina è esausta. Cerca di scappare da lì. Vuole tornare nel mondo delle nuvole. Cerca la scala da dove è arrivata, ma…non c’è più nessuna scala! Non c’è più nessuna scala!

Il nero ha quasi coperto tutto...quando...improvvisamente...un velo di calma si posa leggero sulla stanza.

Prima è un soffio di silenzio, poi è una nota gentile che vola nell’aria.


“Ciao Liù! Ti ricordi di me?”

Liù raccoglie nei pensieri quella voce, le ricorda qualcosa, qualcuno, ma è un ricordo sbiadito.

“Quando eri molto piccola giocavamo insieme. Ero il tuo amico del cuore!”, continua la voce.

Liù riesce, finalmente, a mettere a fuoco il ricordo.

“Truciolo? Sei proprio tu? Il mio folletto immaginario? Il mio amico del cuore?”, domanda esterrefatta.

“Certo! Sono proprio io!”

“Truciolo!”, esclama Liù, poi inizia a intonare una filastrocca.

“Prendimi la mano.

Tirami il naso.

Conosci per caso…”

“...la storia del folletto nel vaso?”, conclude Truciolo.

“La nostra filastrocca! Mio caro Truciolo! Come ho potuto dimenticarti!”, dice, sconsolata, Liù.

“È giusto così. Noi folletti immaginari aiutiamo i bambini più piccoli, è il nostro compito, e non ce la prendiamo se crescendo si dimenticano di noi”, la rassicura Truciolo.

“Però, adesso sei qui! Sono così felice!”, esclama la bambina.

“Sì, sono qui! Ascoltami! Lascia andare le forbici, chiudi gli occhi e ...”, la voce di Truciolo è diventata una calda coperta sulle spalle, “…respira…inspira e soffia più forte che puoi!”

La melma nera è ormai arrivata alla gola di Liù, ma la voce del folletto le dà forza.


Chiude gli occhi e…inspira. Chiude gli occhi e…soffia.


“FUNZIONA!”, grida Truciolo.

“CONTINUA COSÌ LIÙ, IL LIQUIDO NERO SI STA SCIOGLIENDO!”

E lei continua. Inspira e soffia, inspira e soffia, nonostante la stanchezza, nonostante la paura.


Anche con gli occhi chiusi, Liù capisce quando tutto è finito.

Quando li riapre, la melma è scomparsa e anche Truciolo.

Con lei c’è solo la nuvola che le si appoggia ancora una volta sulla spalla e si strofina contro la sua guancia.

La febbre è passata, la paura è svanita e il cuore riposa nel petto.


Liù volge lo sguardo intorno. Nella stanza è comparso uno specchio. É molto piccolo ed è appeso in un angolo.

La bambina si avvicina e vede, nello specchio, due scarponi e un bastone da montagna.


“Questa...questa è la stanza del mio papà!”, racconta Liù con un filo di voce.

“Ama la montagna. Alla mamma non è mai piaciuta. Lui mi portava con sé tutte le domeniche. Io ero piccola e bassa come i suoi scarponi. Mi prendeva in braccio, mi dava un bacio sul naso e poi mi metteva nel suo zaino. Quello per portare i bambini.”

La nuvola fa un giro intorno a Liù per avvolgerla ancora di più con il nastro dorato.

“Con me c’era anche Truciolo! E il mio papà ci raccontava la buffa storia di uno stambecco rosa.”


Liù guarda lo specchio, ma i suoi occhi stanno passeggiando lungo un sentiero che si perde in un bosco di abeti.

“Un giorno qualsiasi, quando io ero ancora una briciola, lui se n’è andato.”

Liù prende un profondo respiro e poi continua.

“Mi ha guardata e mi ha detto - Devo scalare le cime del mondo! Fino alle nuvole! - e poi mi ha promesso - Tornerò con un dono di neve. Tu fai la brava! - ma non è più tornato. La mamma dice che lui ha perso la bussola e gira e gira intorno all’Everest.”

Liù fa una smorfia e sbuffa.

“Non so bene cosa voglia dire. Io so solo che ho creduto che lui se ne fosse andato perché io non ero capace di scalare le montagne più alte e lui si annoiava.”

La nuvola guarda con dolcezza la bambina che ha smesso di parlare e fissa lo specchio.

L’immagine muta e compaiono due visi: quello di Liù e del suo papà.

Lei avvicina la piccola mano allo specchio e lo accarezza.


“Adesso so per certo che non è così. Non so come mai, ma adesso sento che non è stata mia la colpa. Lui se n’è andato e basta.”

La nuvola e la bambina rimangono per un po’ in silenzio davanti allo specchio.


Un soffio d’aria, che profuma di menta e rosmarino, le raggiunge.

Lo specchio svanisce e su una delle pareti si disegna una finestra aperta.


“Guarda quella parete, Liù!”, esclama la nuvola.

“Ce l’hai fatta! Hai trovato il tuo castello e lo hai attraversato! Sei tornata a casa!”, grida felice.


Oltre la finestra c’è un prato e sul prato c’è un gatto.

“Ma è il mio giardino! Quel gatto…quel gatto è BIGIO! BIGIOOOOO!”

Il gatto si ferma, si gira e si avvia verso la finestra.

“Mi sente? È veramente Bigio?”, chiede Liù girandosi verso la nuvola, che sorridendo annuisce.

“Sono tornata a casa?”

La nuvola annuisce ancora.

“Oh!”, esclama Liù indossando la nuvola come un berretto di lana, “Come sono felice! Grazie!”

“Anche io sono felice di averti conosciuta, ma adesso devi andare. Non è bello fare aspettare i gatti affamati!”

Liù ride e poi si ferma, riflette.

“Ma? Tu non vieni con me? Vorrei presentarti Bigio e la mamma.”

“Mi piacerebbe molto conoscerli, ma io devo tornare nel Mondo degli Smarriti, ci sono tante persone che hanno bisogno di me.”


Gli occhi della bambina e della nuvola si salutano in silenzio.

“Mi mancherai!”

“Anche tu!”


Dalla finestra arriva un miagolio infastidito.

“Vai, ora! Temo che Bigio sia molto arrabbiato!”

Liù ride e poi si avvia alla finestra.

Sta quasi per scavalcare il davanzale, quando si ferma ancora, come se avesse dimenticato qualche cosa.

Si volta verso la nuvola.

“Se mi capiterà ancora di smarrirmi e di finire nel tuo mondo, potrei stare ancora con te?”

“Certo! Basterà chiamarmi per nome!”

“Ah! È semplice. Però...io non lo so il tuo nome. Scusa, non te l’ho chiesto…non sapevo che le nuvole avessero un nome.”

La nuvola scoppia a ridere.

“Già! A volte me lo dimentico anche io. Comunque, il mio nome è Alba.”

“Alba…me lo ricorderò!”

Si sorridono per l’ultima volta.

Liù scavalca la finestra e corre incontro a Bigio.

Lui la guarda di sbieco. Si stira la schiena, le volta le spalle e va verso la sua ciotola.

Solo quando Liù lo raggiunge, con in mano la scatola dei croccantini, la ringrazia con un dolce miagolio, strofinandosi contro i suoi piedi.


Lì, seduta nell’erba, fra il profumo di rose, Liù scorge il lago e pensa: “Che strano sogno!”

Poi, accarezza la schiena di Bigio.

“E tu? Cosa hai fatto, goloso di un gatto?”



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