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  • Simona Platè

ALEXANDRU MAGNO

Una fiaba dedicata ai bambini delle fogne di Bucarest...e non solo



Scende la neve. Un bianco coro di speranze. Miliardi di fiocchi, candidi e lievi, cantano i loro desideri.

«Preferirei fermarmi sul tetto più alto, vicino al cielo!»

«Mi ammireranno come un gioiello, su quel grande terrazzo laggiù!»

«Mi piacerebbe cadere sul naso rosso di un bambino, fra le sue risate!»

«Io vorrei confondermi con il sapore della panna montata, in quella tazza di cioccolata calda!»



Alexandru osservava i rari fiocchi di neve che scendevano attraverso i tagli crudeli delle grate dei tombini, che umiliano la luce, finendo nella sua pentola ammaccata.

«Guarda! Gogu! Come è bella la neve!»

«Sarà anche bella, ma per me è troppo fredda!», esclamò il grasso ratto.

«Non credo che la neve sia felice di finire quaggiù. Potendo scegliere non ci vivrei neanche io, che sono un topo di fogna», aggiunse fra sé e sé per non farsi sentire dal bambino.

Alexandru, accovacciato vicino alla pentola, era concentrato.

«Devo dare a tutti questi fiocchi un nome, prima che si sciolgano. È importante avere un nome, vero Gogu? Ecco, questo lo chiamerò Dimitru e questo Ioana.»

Gogu guardò il bambino, minuscolo in quel largo pigiama di flanella, il suo abito invernale. Gli ricordava un bianco cigno di vetro.

«Alexandru! Prendiamo le spade e andiamo a combattere i topi delle tubature a nord! Conquisteremo un altro territorio e tu diventerai il più grande condottiero del mondo!»

«Sììììì! Andiamo!»

Il bimbo saltò per l’entusiasmo, poi corse verso uno spazio angusto incastrato fra due grossi tubi di acqua calda. Scavalcò il suo letto, un logoro materasso, e prese una delle cassette dove conservava i regali che gli aveva fatto Gogu. Trovò le due spade di legno fra un’automobilina senza ruote e un robot con un braccio solo.

Gogu si commosse, osservando Alexandru che spostava con cura tutti quei giocattoli rotti che altri avevano trascurato e buttato.

«Sono pronto!», esclamò il bimbo con uno sguardo serio, da guerriero.

«In marcia! Alexandru Magno!», gridò Gogu, poi si tuffò nella fogna e fece cenno al bambino di salirgli sulla schiena.

Navigarono nei canali sotterranei fra escrementi e rifiuti che galleggiavano sulle acque torbide.

Quando raggiunsero la zona nord si fermarono.

«Guarda là! Ci sono due sentinelle! Dobbiamo avvicinarci in silenzio per non farci scoprire», sussurrò Alexandru.

I due ratti di fogna li avevano già annusati.

«Ci risiamo!», disse uno.

«Quei due stanno ancora giocando ai conquistatori. Dai, prepariamoci a farci cogliere di sorpresa e a morire, feriti dalle loro spade. Ne hai ancora di succo di pomodoro?»

«Sì! Ne ho un vasetto», rispose l’altro.

«Bene! Dammene un po’ e tieniti pronto a buttartelo addosso quando ti feriranno.»


Alexandru scattò, rapido e mortale. I due ratti caddero presto a terra, sanguinanti, lanciando lunghi e lugubri squittii.

Qualche canale più in là, un gruppo di altri topi di fogna, che stavano giocando a pallanuoto, udì il segnale.

«Ancora? Questa storia deve finire presto!», disse uno. «Bisognerà parlare con Gogu e chiedergli di cambiare gioco. Sono stufo di morire un giorno sì e uno no!»

«Provaci, se vuoi», intervenne un topo anziano. «Io ho tentato di dirglielo, ma Gogu, quando si discute di Alexandru, va su tutte le furie, a meno che non si faccia come dice lui.»

Uscirono dall’acqua, presero delle tempere consumate, si disegnarono sul muso delle pitture di guerra e trasformarono scatole di cartone e cucchiai di legno in armature, scudi e spade.

Alexandru e Gogu, dopo un’ultima curva, si trovarono davanti un esercito di guerrieri feroci.

«Guerrieri! Sono Alexandru Magno e sono venuto per conquistarvi! Arrendetevi e avrete salva la vita!»

Il bambino, ritto e fiero, li minacciava facendo roteare la spada di legno.

«Mai! Non ci arrenderemo mai! Vincere o morire!», gridarono in coro i ratti.

La battaglia fu dura e cruenta. Alexandru e Gogu lottarono, due contro dieci, senza risparmiarsi fino a che tutti i nemici rimasero a terra.

«Abbiamo vinto ancora!», gridò Alexandru.

Gogu gli si avvicinò sentendo che lo stomaco del bambino brontolava.

«Hai fame, Alexandru?»

«Un pochino», rispose il bambino.

«Schiavi!», gridò Gogu. «Portate del pollo fritto e delle patatine per il grande Alexandru Magno!»

Gli altri ratti si alzarono e lo guardarono un po’ seccati prima di dileguarsi nelle fogne, verso i tombini.

Girarono per la città, rovistando nei cassonetti dei rifiuti vicino ai migliori ristoranti, fino a che trovarono alcuni resti di cosce di pollo, patatine fritte fredde e anche un avanzo di torta di canditi e noci.

Alexandru gustò il suo pasto e lo divise con i suoi sudditi. Si divertiva a interpretare un conquistatore magnanimo.

Gogu si allontanò e quando tornò portava con sé un dono, una corona di carta.

Il bimbo spalancò gli occhi per lo stupore e il grasso ratto gli pose la corona sulla piccola testa pelata.

«Lunga vita all’imperatore Alexandru Magno!», gridarono tutti in coro, alzando armi e scudi.

Terminata la festa Gogu portò il bambino, mezzo addormentato, nel suo giaciglio. Alexandru si accoccolò sul materasso, fra il calore dei tubi. Il ratto prese un lembo di coperta fra i denti e la tirò per bene fin sulle spalle e sulla testa del bambino, poi si sdraiò al suo fianco.

«Buonanotte Alexandru! Domani ti porterò a pattinare.»

Prima di addormentarsi, il ratto ripensò agli anni passati insieme. Non era uno sciocco egoista e sapeva, fin da quando lo aveva trovato, che Alexandru avrebbe avuto bisogno di una famiglia umana e lui ci aveva provato a dargliela. Aveva portato più volte il piccolo in superficie, nelle zone più animate della città, certo che qualcuno lo avrebbe raccolto e curato, ma questo non era mai successo. Così, Gogu decise di crescere il bambino e con l’aiuto di tutti i ratti creò per lui un mondo fantastico, nell’oscurità delle fogne.


La mattina seguente, dopo aver fatto colazione, Alexandru e Gogu salirono in città da un tombino vicino al parco. La neve copriva ogni cosa.

«È così pulita! E a guardarla, sembra calda», disse Alexandru.

Arrivarono al lago ghiacciato, dove molti bambini stavano pattinando.

«Aspettami qui, su questa panchina. Io vado a comprarti i più bei pattini che ci siano!», disse il ratto.

Alexandru obbedì, si sedette e attese.

Nessuno si curava di lui o, nel vederlo, si allontanavano storcendo il naso.

Alexandru sapeva, perché glielo aveva spiegato Gogu, che si comportavano così perché lo amavano, ma ne avevano timore.

«Ricordati che il prezzo da pagare di ogni grande condottiero è la solitudine!»

Così gli aveva detto il grasso ratto.

Adesso che era diventato imperatore, grazie alla corona, capiva bene che erano in soggezione.

Quando Gogu tornò con due pattini di misure e colori diversi, il bambino si tolse le scarpe, indossò i pattini e dopo aver baciato il muso del suo amico si avvicinò alla pista. Il ratto si nascose dietro un albero per non spaventare gli umani e osservò il suo bambino. A lui sembrava proprio un imperatore con quella sua corona, quel pigiama bianco con gli orsetti e quegli occhiali scuri per proteggere gli occhi dalla luce a cui era poco abituato.

Il bambino volteggiava felice e poi cadeva, si rialzava e tornava a volteggiare e a cadere. Gli sembrava di volare e non si curava dei bambini che si allontanavano da lui, richiamati dai genitori.

«Ecco! Ho conquistato anche il lago!», pensava.

All’ennesima caduta, mentre cercava di rialzarsi, si accorse che una bambina si era fermata vicino e gli porgeva una mano.

Per Alexandru Magno fu un colpo di fulmine.

«Ho trovato la mia regina!», pensò. «Ha capelli di sole e occhi senza confini, come il mio impero!»


Prese la mano della bambina, morbida come il sogno più bello, e si rialzò. Lei gli sorrise e disse: «Mi chiamo Luminita!», poi si voltò. I genitori la stavano richiamando. Prima di allontanarsi prese dalla tasca del cappottino color smeraldo una scatolina di gessetti e la consegnò ad Alexandru.

Il bambino, immobile, la osservò andare via, incantato.

Gogu lo chiamò, faceva troppo freddo perché lui restasse ancora fuori coperto solo dal suo pigiama di flanella.


Nei giorni successivi Alexandru non uscì più, il gelo aveva schiacciato la città e il silenzio soffocava le strade. Anche i ratti salivano controvoglia a cercare cibo.

Alexandru passava le giornate disegnando la sua regina su tutti i muri delle fogne, con i gessetti che lei gli aveva regalato.

Parlava con Luminita e immaginava la loro vita insieme. Obbligava tutti i ratti a salutarla, inginocchiandosi davanti a ogni disegno che la rappresentava.

Dopo qualche giorno, Gogu si accorse che il bambino non stava bene. Una mattina non si alzò neanche dal letto, aveva la febbre alta e delirava. Cantava canzoni d’amore per Luminita e dava severi ordini al suo esercito immaginario.

Il grasso ratto si preoccupò, per la prima volta non sapeva cosa fare per il suo bambino. Salì in città per cercare altre coperte o sperando di trovare qualche uomo che fosse disposto a seguirlo. Le strade erano deserte e i pochi che incontrava pensavano che volesse attaccarli e lo scacciavano.

«Aiuto! Aiutatemi! Aiutate Alexandru!», squittiva forte, ma gli uomini non lo comprendevano. Graffiava porte, addentava scarpe, squittiva e correva.

Alexandru peggiorava e Gogu divenne folle di paura e di dolore. Gli altri ratti portavano di tutto: avanzi di torte al cioccolato, figurine, bucce d’arancia. Niente serviva e tutti erano in pena.

Dopo tre giorni, il bimbo non rispondeva più ai richiami.

Gogu, piangendo, prese i gessetti e disegnò su un muro un paesaggio di fiumi limpidi, di cascate cristalline, di alberi rigogliosi, senza rifiuti e fogne. Tutto era luce e calore.

I ratti trascinarono, con i denti e le unghie, il letto del bambino davanti alla parete disegnata.

«Guarda! Alexandru Magno! Il tuo impero! Laggiù, in fondo a quel viale, ti aspetta Luminita, la tua regina», gli sussurrò Gogu, accarezzandolo.

Tutti i ratti si vestirono da guerrieri e gli posarono delicatamente la corona di carta sulla piccola testa.

Il bambino aprì appena appena gli occhi. Sentì il calore del sole e udì il suono della cascata, che cantava il suo nome. Fiero, si alzò. Salutò i guerrieri con un cenno della mano e seguì il viale che gli aveva indicato Gogu. I suoi occhi blu mare splendevano senza più essere feriti dalla luce.

Trovò Luminita, capelli di sole, sotto un ciliegio in fiore fra cespugli di rose. Insieme si inoltrarono in quel mondo lucente e pulito, dove avrebbero regnato per sempre.

L’impero di Alexandru Magno e della bella Luminita, capelli di sole.


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